3 libri che hanno cambiato il mio modo di vedere le cose

3 libri che hanno cambiato il mio modo di vedere le cose

  • L’Arte della guerra
  • Il metodo Warren Buffett
  • The intelligent Investor, Value Investing, la parabola di Mr Market e gli insegnamenti di Benjamin Graham in Generale

Per ogni libro ho scelto una frase che mi è rimasta impressa e che in automatico ricollego agli insegnamenti che questi testi mi hanno trasmesso:

  1. L’arte della guerra: “Per seguire la via del samurai si deve mantenere l’attenzione sul momento presente e non vacillare, non avere pensieri mondani né essere schiavo delle passioni… emozioni come ira, avidità e paura e così via vengono considerati in termini negativi nell’arte della guerra, poiché secondo Sun Tzu, la vittoria è del guerriero calmo, riservato, imperturbabile, distaccato, non di una testa calda, di un uomo assetato di vendetta o ambizioso
  2. Il metodo Warren Buffett: “La nostra strategia ci impedisce di aderire al dogma della diversificazione. Molti guru ne concluderebbero che si tratta di una strategia più rischiosa di quelle di investitori più tradizionali. Noi siamo convinti che una politica di concentrazione del portafoglio riduce sicuramente il rischio se al tempo stesso aumenta, come dovrebbe, sia l’impegno dell’investitore in un determinato business, sia il grado di soddisfazione rispetto alle caratteristiche economiche dello stesso, prima dell’acquisto
  3. The Intelligent Investor: “Immaginate di possedere parte di un’attività privata e di avere come partner Mr. Market, un tipo che ha una caratteristica particolare: ogni giorno si sveglia e vi dice quanto pensa che l’azienda valga, offrendosi o di acquistare la vostra parte o di vendervi la sua a quel prezzo. A volte la sua idea di valore è ragionevole e giustificata dalla prospettive del business. Ma spesso Mr.Market si lascia prendere dall’euforia o dal panico, e vi propone una valutazione che non ha nessuna attinenza con le condizioni della vostra azienda. Mr Market ha inoltre un’altra peculiarità: se non vi interessa il prezzo proposto oggi, non si offende se lo ignorate e tornerà domani con un nuovo prezzo.”

LE PRIME 10 PAGINE DELL’EBOOK

LE PRIME 10 PAGINE DELL’EBOOK

https://gumroad.com/l/ilvantaggiocompetitivo

Sommario


Introduzione


Capitolo Primo – Sei società che potrebbero battere il mercato azionario
1.1 BREMBO
Storia Settore di mercato Analisi e crescita Vantaggio competitivo Curiosità


1.2 CORTICEIRA AMORIM
Storia Settore di mercato Analisi e crescita Vantaggio competitivo Curiosità


1.3 I.M.A.
Storia Settore di mercato Analisi e crescita Vantaggio competitivo Curiosità


1.4 LUXOTTICA (ESSILORLUXOTTICA)
Storia Settore di mercato Analisi e crescita Vantaggio competitivo Curiosità


1.5 KRONES
Storia Settore di mercato Analisi e crescita Vantaggio competitivo Curiosità


1.6 VISCOFAN

Storia Settore di mercato Analisi e crescita Vantaggio competitivo Curiosità


Capitolo Secondo – Raccolta dei post
2.1 Performance fondo Marianna. I successi e gli errori.

2.2 Krones e il suo vantaggio competitivo

2.3 Luxottica, è il momento per entrare.
Capitolo Terzo – Quattro libri che bisogna assolutamente leggere


3.1 Warren buffet e l’interpretazione dei bilanci

3.2 Sun tzu, l’arte della guerra riletta ad uso dei manager

3.3 Il metodo Warren Buffet

3.4 Value investing la guida definitiva all’investimento azionario


Ringraziamenti

Capitolo Primo – Sei società che potrebbero battere il mercato azionario

La scelta è ricaduta su sei società che negli ultimi quattro anni ho avuto modo di studiare, conoscere e approfondire il più possibile.Sono tutte società legate da un unico grande filo invisibile: il vantaggio competitivo.Nella mia vita ho investito su ognuna di queste società e, al momento della redazione di questo testo, nel mio portafoglio sono presenti Krones e la nuova EssilorLuxottica.Grazie a queste società sono riuscito a vedere con i miei occhi l’importanza di investire in società solide e dal business semplice. Ciò perché, nei momenti negativi del mercato, avere variazioni negative su società di questo calibro è molto meno stressante che averne su società dai dubbi fondamentali economici.
Queste sono le sei società che ho scelto:
1) Brembo
2) Corticeira Amorim
3) Ima
4) Luxottica (EssilorLuxottica)
5) Krones
6) Viscofan
Ho scelto di analizzare gli ultimi sei anni di tutte queste aziende, sotto diversi punti di vista: la storia, il settore o il mercato di riferimento, l’analisi e la crescita, il vantaggio competitivo e alcune curiosità interessanti.Per avere un’idea della struttura finanziaria della società, all’interno dell’analisi e la crescita, ho utilizzato nove punti di riferimento per analizzare al meglio l’azienda.Ogni società ha, infine, un punteggio che va da 1 a 9, in base a quanti punti vengono rispettati.
Prima di iniziare, riporto una piccola legenda così da comprendere meglio gli indici riportati.- Margine di profitto lordo: Il rapporto tra il profitto lordo e i ricavi totali, questo valore dovrebbe essere almeno pari al 50% per società con un probabile vantaggio competitivo.
– Utile netto in % superiore al 10% rispetto ai ricavi totali: La % che l’utile netto occupa sui ricavi, ovviamente più il valore aumenta e più è un fattore positivo ma, in linea di massima, un valore intorno al 10% è considerato eccellente.
– Utile netto in aumento: L’utile netto è il guadagno totale (o il profitto) di una società ed è calcolato prendendo i ricavi e sottraendo i costi di esercizio, come gli ammortamenti, gli interessi, le tasse e altre spese.
– Quoziente di liquidità: il Rapporto tra il totale delle attività correnti e il totale delle passività correnti. Deve essere assolutamente maggiore di uno, da questo indice ci comprende se la società è in grado di assolvere i propri impegni a breve termine.
– Debito a lungo termine ridotto o uguale a 0: Se ci si trova davanti ad una società con un debito a lungo termine elevato, c’è la possibilità che questa azienda non goda di un vantaggio competitivo.
– Assenza azioni privilegiate: Le azioni privilegiate sono strumenti di finanziamento nominativi che assicurano al possessore la prelazione, rispetto agli azionisti ordinari, nel riparto degli utili e nel rimborso del capitale nel caso di scioglimento della società.
– Utili non distribuiti in crescita: La frazione di utili conseguiti da un’impresa nel corso dell’esercizio, non distribuita agli azionisti sotto forma di dividendi, ma che resta reinvestita nel patrimonio sociale.
– Spese in conto capitale rispetto all’utile netto inferiori al 65%: Mi soffermo su questo punto poiché è una delle parti più importanti nel bilancio di una società. La definizione che più mi piace è presa da uno dei libri che consiglierò alla fine dell’ebook. “Le spese in conto capitale sono esborsi di liquidità in attività di natura più permanente, ossia che vengono conservate per oltre un anno, come le immobilizzazioni tecniche; includono anche le spese per le attività immateriali come i brevetti. In linea di principio, sono attività che vengono spesate lungo un periodo superiore a un anno tramite ammortamenti e svalutazioni. Le spese in conto capitale vengono registrate nel rendiconto dei flussi di cassa tra le attività d’investimento. L’acquisto di un nuovo autocarro per la propria azienda costituisce una spesa in conto capitale e il valore dell’autocarro viene spesato mediante l’ammortamento nell’arco della sua vita utile, per esempio sei anni. Tuttavia, la benzina che l’autocarro consuma è una spesa corrente e l’intero costo viene dedotto dal reddito durante l’anno corrente. Per quanto riguarda le spese in conto capitale, non tutte le società sono uguali. Molte società devono sostenere ingenti spese in conto capitale solo per restare in attività. Se le spese in conto capitale si conservano elevate per molti anni, è possibile che comincino a esercitare un impatto importante sugli utili. Warren ha spiegato che questo è il motivo per cui non si è mai interessato alle società telefoniche: le enormi spese in conto capitale necessarie per costruire le reti di comunicazione ostacolano gravemente sull’economia a lungo termine di queste aziende. Di norma, per proseguire la propria attività una società con un vantaggio competitivo durevole utilizza una parte dei propri utili per le spese in conto capitale inferiore rispetto a una società priva di un vantaggio competitivo”.Come avrete capito, non è semplice analizzare questo punto, in quanto varia da società a società ma soprattutto non è affatto chiaro capire quale sia un livello adeguato per definire un buon vantaggio competitivo.Io ho desunto, dopo le letture di grandi investitori, un valore di circa il 65% ma, come appena detto, è altamente interpretabile.Un aspetto fondamentale delle spese in conto capitale è che non sono tutte uguali. Esistono, infatti, gli investimenti in immobilizzazioni materiali o gli investimenti in immobilizzazioni immateriali. Perché vi dico questo? Basta rifletterci un attimo. L’acquisto di un brevetto è uguale all’acquisto di un autocarro? È possibile che alcune spese in conto capitale possano non essere “necessarie” alla società per continuare a crescere?La risposta è ovviamente “Sì”. Per questo valutarle è estremamente complesso, soprattutto quando si parla di investimenti in immobilizzazioni immateriali che sono “spese”, le quali possono essere gestite in alcuni casi con estrema facilità dall’azienda e, non essendo necessarie (alcune volte) alla crescita della società, possono essere modellate per tornare a livelli accettabili. In questo ebook le ho inserite per intero nella percentuale presente rispetto all’utile netto ma, nell’analisi specifica sono distinte in base a cosa sono dovute.
– Mezzi propri/ capitale investito: Il capitale proprio rappresenta le risorse dell’impresa, cioè il patrimonio netto, e il capitale investito corrisponde al totale delle attività, cioè all’ammontare complessivo degli investimenti patrimoniali, immobilizzazioni e circolanti, effettuati sia con risorse interne che di terzi.Questo indice ci aiuta a comprendere con quale percentuale la società si autofinanzia e, quindi, con quale percentuale attinge a forme esterne di finanziamento.

1.1 BREMBO

Storia

Anni ’60. Emilio Bombassei, padre dell’attuale Presidente Alberto, nel 1961 fonda Brembo, una piccola officina meccanica, a pochi chilometri da Bergamo, che lavora tutto quello che gli capita senza una determinata linea da seguire e un vero e proprio prodotto di punta.La storia romantica e poco conosciuta di Brembo inizia con un fatto a dir poco iconico: nel 1964, un camion pieno di dischi freni, provenienti dall’Inghilterra e diretti all’Alfa Romeo, si rovescia. L’Alfa Romeo era una delle poche aziende dell’epoca ad usare i freni a disco, che si faceva spedire dalla britannica Dunlop. A seguito dell’incidente, L’Alfa incarica la Brembo di valutare i danni e distinguere i freni in buono stato da quelli danneggiati irreparabilmente.È proprio in questa occasione che, maneggiando quei dischi, all’interno di Brembo iniziano a chiedersi se non sia più conveniente per l’Alfa Romeo ordinare i freni da un produttore italiano.Quello che succede dopo è facilmente prevedibile: nel 1964 Brembo avvia la produzione dei primi dischi freno italiani destinati al mercato del ricambio.In seguito, la produzione si allarga alle altre componenti del sistema frenante. In quegli anni, la competenza, la specializzazione e la qualità dei prodotti e servizi dell’azienda vengono riconosciuti in campo internazionale.Brembo diventa così leader nel settore dei ricambi di dischi freno in Europa.
Anni ’70. A partire dal 1972, con una fornitura per Moto Guzzi, il marchio Brembo compare sulle migliori motociclette europee. In breve tempo, l’azienda raggiunge la leadership nel segmento dei sistemi frenanti per le due ruote. Ma la vera consacrazione della qualità e tecnologia Brembo avviene nel 1975, quando Enzo Ferrari affida all’azienda bergamasca la monoposto più prestigiosa della Formula 1.Brembo diventa così leader nelle applicazioni di sistemi frenanti per competizioni motoristiche. Da allora, numerose squadre equipaggiate con freni Brembo vincono centinaia di campionati mondiali in diverse categorie automobilistiche e motociclistiche.
Anni ’80. Dall’inizio degli anni Ottanta, Brembo punta allo sviluppo di prodotti e processi tecnologici innovativi, con una precisa strategia di espansione in aree specializzate di mercato, dalle autovetture al racing, fino alle motociclette. Nel 1980, si aggiunge alla gamma di prodotti per auto una pinza freno in alluminio, innovativa nel disegno e nel materiale, adottata progressivamente dai produttori di auto ad alte prestazioni quali Porsche, Mercedes, Lancia, BMW, Nissan e Chrysler. Dalla metà degli anni Ottanta, Brembo sceglie di competere anche nel segmento dei freni a disco per veicoli industriali, diventando fornitore strategico per Iveco, Renault Veicoli Industriali e Mercedes. Nel 1983 la società, in un’ottica di crescente internazionalizzazione, concorda l’ingresso nel proprio capitale sociale della Kelsey-Hayes, gruppo multinazionale statunitense attivo nella produzione di impianti frenanti. La collaborazione consente al gruppo dirigente italiano di crescere e consolidarsi, permettendo loro di affrontare le sfide dell’avvenire.
Anni ‘90. Nel marzo 1993, a seguito di nuovi orientamenti strategici, la Kelsey-Hayes cede la propria partecipazione alla stessa Brembo, che decide così di puntare sul futuro dell’azienda e, indirettamente, sulla competitività del sistema Italia, facendo leva sulle proprie risorse di management e capacità tecnologiche.La sfida lanciata dal management Brembo, con il riacquisto della quota della Kelsey-Hayes, è stata pienamente vinta. Negli anni successivi, l’azienda prosegue la sua crescita a tal punto che nel 1995 viene quotata alla Borsa Valori di Milano: un successo dovuto a un intenso lavoro di squadra, che da sempre ha caratterizzato i risultati ottenuti dalla società.
Anni 2000. Brembo inaugura il nuovo millennio all’insegna dell’espansione sul mercato internazionale con l’acquisto della società brasiliana Alfa Real Minas, per la lavorazione di dischi freno per auto e l’assemblaggio di volani motore. Il marchio acquisisce inoltre la società inglese AP Racing Limited, specializzata nella produzione di impianti frenanti e sistemi frizione per vetture e motocicli da competizione e per vetture sportive ad alte prestazioni. Settore delle motociclette che diventa sempre più punto di forza del business di Brembo, a seguito dell’acquisizione del 70% della società Marchesini, specializzata nella realizzazione di ruote in magnesio per moto da corsa.
Cina. Gli anni 2000 segnano anche una tappa decisiva nella penetrazione di Brembo nello strategico mercato cinese, grazie alla joint venture siglata con Yuejin Motor Group e alla costituzione della Società Nanjing Yuejin Automotive Brake System (NYABS), per la produzione di sistemi frenanti per auto e veicoli commerciali.Dal 2008, Brembo detiene il 70% della partecipata NYABS. Nel gennaio 2010 Brembo Nanjing Foundry Co. Ltd. ha acquisito una fonderia di ghisa da Donghua Automotive Industral Co. Ltd., società del gruppo Saic, il primo produttore cinese di auto e veicoli commerciali. L’operazione consolida la presenza del Gruppo Brembo in Cina attraverso la progressiva realizzazione di un polo produttivo integrato a Nanchino, comprensivo di fonderia e stabilimento di lavorazione per pinze e dischi freno per auto e veicoli commerciali.L’impianto è così in grado di offrire al mercato cinese sistemi frenanti realizzati secondo gli standard di performance, stile e comfort Brembo.
ACQUISTABILE QUI!

Di persona ad osservare Trawell Co all’opera

Qualche giorno fa ho deciso di recarmi al terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino, per dare un’occhiata da vicino alle “stazioncine” di Safe Bag.

Ho osservato la loro disposizione, il prezzo, i servizi offerti e il funzionamento del macchinario che avvolge le valigie.

Proviamo per un attimo a fare il punto della situazione (dopo i miei articoli precedenti): Il costo per questo servizio rispetto al costo di un biglietto per una lunga tratta è decisamente a buon mercato(dai 10 ai 20 euro a seconda del servizio scelto . Spesso e volentieri ci sono problemi con i bagagli, con sparizioni o smarrimento, credo quindi che una sua utilità sia indiscutibile.

Quello che ho concluso è che la società per quote di mercato, presenza globale e marchio abbia un vantaggio competitivo sulle concorrenti.

E se davvero riescono nell’intendo di creare, con SOS TRAVEL (app) , una specie di punto di riferimento per tutti i viaggiatori con possibilità di fare il check-in, monitorare i voli, gli spostamenti della valigia, prenotare taxi o auto e tutti i servizi accessori al viaggio, allora si potrebbe essere davanti ad una società di nicchia che creerà valore sul lungo periodo.

Ad oggi la capitalizzazione di borsa è di circa 23 milioni di euro, valore identico al patrimonio netto che però ha subito un impennata grazie a due grandi acquisizioni del gruppo che hanno portato anche il debito a 7 milioni (una cifra adeguata, ma che falsa un pò l’aumento del patrimonio netto).

E’ da molto ormai che studio la società e le opzioni sono due: o il mercato sta valutando decisamente male la società o ha ragione e questo settore e la società non avranno margini di crescita e capacità di generare adeguati introiti.

Continuerò a studiare e capire, ma credo proprio che questo sarà il mio prossimo investimento!

Titoli famosi Vs Titoli in salute

Titoli famosi Vs Titoli in salute

L’opinione pubblica su determinate aziende italiane, spesso e volentieri, è condizionata da luoghi comuni e da informazioni poco sensate e trasparenti.

Per qualche strano motivo vengono viste di buon occhio le società più “famose“, quelle che si sentono di più in televisione o nei giornali.

Società come Enel o Eni vengono considerate dei gioiellini solo per la loro grandezza o per la presenza marcata, nel caso di Enel, sul territorio.
Quando in realtà operano tutte e due in settori molto complicati e competitivi.
Non hanno un vantaggio competitivo durevole e sono prive di una solidità finanziaria accettabile.
Nonostante ciò guardiamo di buon occhio questo tipo di aziende.
Un altro caso delucidativo è quello del settore bancario, dove troviamo nomi come Unicredit,intesa o Mps e senza nulla togliere a queste aziende, che personalmente non amo, la percezione su di esse è davvero diversa dalla realtà.
Basta fare qualche ricerca per vedere le performance delle banche negli ultimi anni, vero anche che veniamo da una forte crisi che ha coinvolto proprio questo settore, ma spesso e volentieri con poca trasparenza e cattiva gestione l’investimento nel settore bancario non regala soddisfazioni.

Credo che l’oggettività dovrebbe guidare le scelte di un investitore, così ho constatato diverse cose, ve le riporto qui:

Molti fondi italiani presentano portafogli fotocopia:

-Intesa San Paolo

-Eni-

Enel-

Unicredit-

Poste Italiane

e via dicendo…I motivi che spingono i gestori e gli investitori privati a fare scelte di questo tipo mi sono ancora sconosciuti.
Recentemente ho letto un articolo dove venivano riportati i titoli che avevano meglio performato dal 2007 al 2016:

De’ Longhi: +681%

Freni Brembo: +554%

Reply: +478%

La Doria: +402%

Ima: +368%

Recordati: +266%

Basicnet: +192%

Marr: +165%
Questa è la classifica appunto dei primi 10 titoli italiani e come vedete sono presenti aziende di ogni tipo, ma nei primi posti nessuna banca tradizionale e nessuna società energetica.Vero anche che le quotazioni non rappresentano la verità assoluta anche in un arco lungo come quello dei 10 anni, ma ci aiutano a capire che spesso e volentieri le aziende migliori sono quelle della “vita reale” come mi piace definirle.
Le bustine del tè che beviamo probabilmente sono riempite con macchinari IMA, la macchinetta del caffè che abbiamo in cucina è De’Longhi e i pomodori che abbiamo preso al supermercato magari sono della La Doria (società di cui non vediamo la marca poiché operano principalmente con i marchi private labels).
Si dovrebbe uscire dalla concezione che notorietà equivale a qualità.
Le aziende vanno valutate con altri parametri, si trovano già tantissime difficoltà quando si hanno centinaia di dati e studi, figuriamoci se mettiamo i nostri denari sulle aziende famose.

Analisi di 4 Indici di Bilancio

Analisi di 4 Indici di Bilancio

Spesso le società con un vantaggio competitivo durevole si assomigliano tra di loro, hanno bilanci simili.
Ho deciso quindi di scrivervi oggi alcuni dei punti che io ritengo fondamentali nell’analisi di un bilancio.
Prima di iniziare voglio farvi una premessa,non sono un contabile e non mi ritengo un esperto, ma conosco a memoria alcuni punti del bilancio di un’azienda e faccio semplicemente una cosa: quando le analisi iniziano ad essere molto difficili e certi “numeri” non li capisco, passo ad un altro titolo.

4 Punti di un ottimo bilancio

1) Margine di profitto lordo

2) Utile netto in percentuale sui ricavi

3) Utili non distribuiti

4) Mezzi propri/ capitale investito


Margine di profitto lordo
Nel conto economico una delle prime voci che troviamo è quella dei ricavi, a questa sottraendo il costo delle merci vendute troviamo il profitto lordo.
Se preso da solo il profitto lordo non è molto utile a comprendere lo stato di salute della società, se invece calcoliamo il margine di profitto lordo allora la questione diventa più interessante.
Il margine di profitto lordo è dato dal rapporto tra il Profitto Lordo e i ricavi.

Tanto più è alto questo valore tante saranno le possibilità della società di trovarsi un un ottimo stato di salute e soprattutto di poter avere un vantaggio competitivo nel settore di riferimento.
Osservando e studiando le aziende nei mie i 4 anni di attività in borsa, credo che un valore intorno al 50% sia da considerare buono.

Utile netto in percentuale sui ricavi

L’utile netto di una società è la parte finale del conto economico.
Questa cifra presa da sola è irrilevante.
E’ invece utile considerarla in relazione agli anni precedenti e in percentuale sui ricavi totali dell’azienda.
Infatti la redditività di una società è fondamentale per comprendere i suoi lati positivi e la sua capacità effettiva di generare utili.
Nonostante la complessità di quest’indice, è abbastanza semplice constatare che se stiamo studiando una società e vediamo che in percentuale sui ricavi i suoi utili sono il doppio di quelli dei concorrenti allora ci sono buone possibilità che questa società abbia un vantaggio competitivo.

Prendiamo poi in esame un altro esempio:

Azienda A

Ricavi 100 milioni di euro
Utile netto 1 Milione di euro

Azienda B

Ricavi 60 milioni di euro
Utile netto 5 milioni di euro

A parità di altre condizioni avrebbe molto più senso investire sulla seconda che fattura meno ma ha una maggiore redditività, rispetto ad investire sulla prima che fattura quasi il doppio ma “porta a casa” solo l’1% sui ricavi.

Utili non distribuiti

L’utile netto di esercizio di una società può essere utilizzato principalmente in 3 modi:

– distribuzione di dividendi
– riacquisto azioni proprie
– conservazione all’interno della società stessa

quando viene conservato, viene aggiunto ad un conto nello stato patrimoniale, sotto il Capitale Netto, definito Utili non Distribuiti.
Gli utili non distribuiti sono un valore che si somma di anno in anno, infatti ogni nuovo anno gli utili non distribuiti di quello precedente si sommano al nuovo.
In breve però questi utili non distribuiti sono molto utili a comprendere se una società goda o meno di un vantaggio competitivo, poiché se questi crescono vuol dire che la società riesce a generare una quantità di utili mostruosa.
E con la crescita degli utili non distribuiti, troviamo ovviamente la crescita del patrimonio netto e la crescita del patrimonio netto per un investitore di lungo periodo è fondamentale.
Quindi concludo che in questo punto è fondamentale constatare la crescita degli utili non distribuiti e che un loro aumento è sempre un ottima notizia.

Mezzi propri/ Capitale investito

Per spiegare questo punto sarò ancora più semplicista del solito:
Per mezzi propri si intende il patrimonio netto e per capitale investito si intendono le attività totali.

Il rapporto tra queste due voci ci indica quanto l’azienda ricorre al capitale di debito per finanziare le attività, quindi tanto più è alto questo valore tanto più l’azienda sarà in grado di finanziarsi da sola.

Anche in questo caso mettere dei paletti spesso ha poco senso, poiché il valore del rapporto può essere buono anche se basso per la struttura dell’azienda in questione.
Ma una cosa è certa: se il valore è molto alto > 50-60% molto probabilmente siamo davanti ad una buona società.

Questi 4 punti sono abbastanza semplici e chiari,
come d’altronde devono essere secondo me le analisi nel mondo degli investimenti!